Ricordi ancora, fratello, l'ultima volta in cui hai riso?
Bada bene, ho detto proprio "riso", non "sorriso".
Riesci a ricordare l'ultima volta che ti sei lasciato sopraffare da una sana e piena risata? Di quelle da non riuscir a respirare, da doverti tener stretta la pancia dolorante, piegato in due con una bizzarra smorfia sul viso?
Probabilmente era prima, fratello mio, perché non riesco a ricordare, nell'ultimo anno, un'occasione che ti veda in preda alle convulsioni isteriche del riso.
Ridere ti faceva bene una volta ricordi?
Ti faceva sentir folle e ti lasciava quel retrogusto di serenità, una volta terminato.
Cos'è successo? Dove hai perso la tua capacità di ridere, ridere come se l'aria mancasse, come se respirassi a pieni polmoni del gas esilarante.
Sei diventato troppo serio, fratello mio.
Hai sostituito la risata con l'acidità. Sei diventato freddo e pungente come mai ti avevo conosciuto.
Sembri vuoto, come privato di quella fiammella di vita che animava le tue membra.
Sembri così umano, così poco te stesso.
Ti senti stretto nel tuo misero corpo. Vorresti che il tempo si estendesse, per poter vivere appieno ogni secondo.
Oh, sì: io vedo i tuoi pensieri, le tue emozioni, i tuoi desideri più nascosti.
Vedo le tue paure.
Dovresti reagire, lo sai?
Prendi questa vita per i fianchi e spostala dove meglio preferisci.
Se il tuo giorno è fatto di sole 10 ore, fregatene e vivi quelle, come puoi, come riesci, come vuoi.
Non dico che tu non sia felice.
Non dico che tu non abbia trovato una qualche forma di felicità.
Stai certamente meglio di quanto non stessi nei mesi passati, eppure hai perso qualcosa lungo la strada.
Hai perso la reale capacità di perdere te stesso e se ti leghi troppo a te stesso, io non posso aiutarti a vivere meglio.
Rifletti su questo, fratello mio.
Ricorda queste parole... Pensa di meno, vivi di più...
...ridi...
lunedì 28 luglio 2014
lunedì 21 luglio 2014
Go back home.
E si ritorna sempre a casa, qualsiasi cosa si faccia, la propria casa è sempre lì ad attenderci.
7 giorni in vacanza dalla mia Regina, 4 giorni a Rimini alla fiera del fumetto.
Un viaggio in treno che mi è sembrato estenuante ed interminabile.
Sono a casa.
Restano solo ricordi di ciò che viviamo. Ricordi e sensazioni.
Il tempo è corso troppo rapidamente, come una bottiglia di vino che si svuota dopo pochi bicchieri e ti lascia confuso e disorientato, impreparato a ricominciare a vivere una vita normale.
Mi resta la sensazione di aver vissuto un sogno per una settimana e di essermi svegliato in un altro sogno meno piacevole, dove tutti hanno uno scopo, ad eccezione di me.
Dicono sia bello avere uno scopo, un sogno, una passione e si notava che quelle persone l'avevano. Vivevano per quella passione, mentre io per cosa vivo?
Produci, consuma, crepa.
Sembra che questo antico adagio non sia poi abbastanza vecchio da essere passato di moda.
Sembra sia valido per molte persone, come me, ad esempio.
Non mi si fraintenda, per carità, mi son divertito anche negli ultimi 4 giorni.
Solo che, quel senso di vuoto che si sente quando noti che ti manca quel qualcosa che tutti gli altri hanno e che tutti sono lì per quel qualcosa che tu non riesci ad afferrare ed il cui significato non ti è davvero ben chiaro.
Non sono certo delle mie sensazioni ma trovarsi in mezzo a tutte quelle persone così certe di ciò che volevano raggiungere, così certe di aver raggiunto l'Olimpo con un abito, ha fatto scattare questo vuoto nello stomaco, come se mi fossi trovato fuori dal mio ambiente, che ora non so neppure quale sia. Son passate le ore e quel vuoto si è definiti, è stato messo a fuoco fino a capiure che si trattava di mera invidia verso chi sa cosa voglia raggiungere, che novità: ho sempre invidiato chi avesse uno scopo.
Nulla di nuovo sotto il sole, insomma, né sotto la luna che ci protegge con i suoi raggi magici.
Forse vino e blog dovrebbero viaggiare separatamente, forse il vino è semplicemente troppo poco...
Forse tutti dovrebbero credere in qualcosa... io credo che, prima di andare a dormire, berrò ancora un bicchiere e ripenserò al mio mare che si avvicina mentre il treno corre e mi sento come cullato dalle onde ancora troppo lontane per esser sentite.
Quel mare che mi fa sentire così a casa, come nessun altro luogo può esserlo.
7 giorni in vacanza dalla mia Regina, 4 giorni a Rimini alla fiera del fumetto.
Un viaggio in treno che mi è sembrato estenuante ed interminabile.
Sono a casa.
Restano solo ricordi di ciò che viviamo. Ricordi e sensazioni.
Il tempo è corso troppo rapidamente, come una bottiglia di vino che si svuota dopo pochi bicchieri e ti lascia confuso e disorientato, impreparato a ricominciare a vivere una vita normale.
Mi resta la sensazione di aver vissuto un sogno per una settimana e di essermi svegliato in un altro sogno meno piacevole, dove tutti hanno uno scopo, ad eccezione di me.
Dicono sia bello avere uno scopo, un sogno, una passione e si notava che quelle persone l'avevano. Vivevano per quella passione, mentre io per cosa vivo?
Produci, consuma, crepa.
Sembra che questo antico adagio non sia poi abbastanza vecchio da essere passato di moda.
Sembra sia valido per molte persone, come me, ad esempio.
Non mi si fraintenda, per carità, mi son divertito anche negli ultimi 4 giorni.
Solo che, quel senso di vuoto che si sente quando noti che ti manca quel qualcosa che tutti gli altri hanno e che tutti sono lì per quel qualcosa che tu non riesci ad afferrare ed il cui significato non ti è davvero ben chiaro.
Non sono certo delle mie sensazioni ma trovarsi in mezzo a tutte quelle persone così certe di ciò che volevano raggiungere, così certe di aver raggiunto l'Olimpo con un abito, ha fatto scattare questo vuoto nello stomaco, come se mi fossi trovato fuori dal mio ambiente, che ora non so neppure quale sia. Son passate le ore e quel vuoto si è definiti, è stato messo a fuoco fino a capiure che si trattava di mera invidia verso chi sa cosa voglia raggiungere, che novità: ho sempre invidiato chi avesse uno scopo.
Nulla di nuovo sotto il sole, insomma, né sotto la luna che ci protegge con i suoi raggi magici.
Forse vino e blog dovrebbero viaggiare separatamente, forse il vino è semplicemente troppo poco...
Forse tutti dovrebbero credere in qualcosa... io credo che, prima di andare a dormire, berrò ancora un bicchiere e ripenserò al mio mare che si avvicina mentre il treno corre e mi sento come cullato dalle onde ancora troppo lontane per esser sentite.
Quel mare che mi fa sentire così a casa, come nessun altro luogo può esserlo.
lunedì 7 luglio 2014
"Quando eri bambino, era questo l'uomo che volevi diventare?"
Una volta, tempo fa, mia madre, riferendosi alle mie relazioni, mi disse "sai, credo che ci sia una sola persona di cui tu sia realmente innamorato: te stesso."
A suo tempo ho riso, reputandola un'affermazione divertente, oggi mi chiedo dove sia tutto quell'amore verso me stesso.
Posso davvero dire di amare m stesso, nel momento in cui ho dovuto creare nella mia mente un fratello cinico ed oggettivo che mi giudicasse e mi facesse notare tutti i miei errori passati e futuri, senza prendersi la responsabilità di nessuno di essi ma approfittando di ogni occasione per proiettarmeli davanti sotto forma di ricordi di pessimo gusto?.
Commetto errori.
Spesso.
I miei sbagli raramente restano privi di conseguenze verso chi mi circonda, per questo cerco di tenere a distanza tutti, mentre una parte di me sente il peso della solitudine.
Raramente i miei errori si ripercuotono direttamente su di me.
Tempo fa pensavo con un misto di orgoglio e soddisfazione al fatto che la mia situazione dell'epoca fosse frutto delle mie scelte passate. Sia di quelle positive, sia di quelle negative. Ogni cosa era stata predisposta perché io arrivassi esattamente lì e mi sembrava fosse tutto perfetto.
Oggi so che è così. Sono però spariti l'orgogli e la felicità per le scelte fatte e per il sentiero percorso fino ad ora.
Sto bene qui dove sono?
Sì.
Mi piace come ci sono arrivato?
No.
Il traguardo non vale il percorso. la coscienza grida e sbraita, mentre mio fratello ride e mi elenca i miei, i nostri stessi peccati, come se dovessi perdonarli a me stesso. Come se davvero potessi farlo.
Ti diverti, fratello mio, a ricordarmi tutte le scelte sbagliate del mio passato, pregustando quelle future?
Avresti fatto di meglio, non è vero, se fossi stato al mio posto?
Me lo mostri spesso, nei sogni che offri nelle notti di ricordi agitati ed inquieti.
I sogni...
Portali verso universi paralleli, in cui un'altro sentiero si è deciso di imboccare.
Come sarebbe andata la mia vita se avessi fatto questa o quella scelta in questa o quella situazione?
Solo congetture, non è vero?
Le mie lo sono di certo. Io non sono te. Le tue sono certezze, però.
E allora mostrami gli altri mondo, fratello mio.
Offrimi il sapere, mia maledizione.
Mostrami l'infinito delle possibilità che la vita avrebbe potuto offrire, se avessi agito diversamente.
Offrimi un sogno, fratello mio.
Offrimi l'eternintà del multiverso.
Forse mi donerai ciò che chiedo, forse risponderai al mio richiamo.
Credo sia lecito sperare, almeno.
In fin dei conti, una volta nella vita, l'impensabile capita a tutti.
A suo tempo ho riso, reputandola un'affermazione divertente, oggi mi chiedo dove sia tutto quell'amore verso me stesso.
Posso davvero dire di amare m stesso, nel momento in cui ho dovuto creare nella mia mente un fratello cinico ed oggettivo che mi giudicasse e mi facesse notare tutti i miei errori passati e futuri, senza prendersi la responsabilità di nessuno di essi ma approfittando di ogni occasione per proiettarmeli davanti sotto forma di ricordi di pessimo gusto?.
Commetto errori.
Spesso.
I miei sbagli raramente restano privi di conseguenze verso chi mi circonda, per questo cerco di tenere a distanza tutti, mentre una parte di me sente il peso della solitudine.
Raramente i miei errori si ripercuotono direttamente su di me.
Tempo fa pensavo con un misto di orgoglio e soddisfazione al fatto che la mia situazione dell'epoca fosse frutto delle mie scelte passate. Sia di quelle positive, sia di quelle negative. Ogni cosa era stata predisposta perché io arrivassi esattamente lì e mi sembrava fosse tutto perfetto.
Oggi so che è così. Sono però spariti l'orgogli e la felicità per le scelte fatte e per il sentiero percorso fino ad ora.
Sto bene qui dove sono?
Sì.
Mi piace come ci sono arrivato?
No.
Il traguardo non vale il percorso. la coscienza grida e sbraita, mentre mio fratello ride e mi elenca i miei, i nostri stessi peccati, come se dovessi perdonarli a me stesso. Come se davvero potessi farlo.
Ti diverti, fratello mio, a ricordarmi tutte le scelte sbagliate del mio passato, pregustando quelle future?
Avresti fatto di meglio, non è vero, se fossi stato al mio posto?
Me lo mostri spesso, nei sogni che offri nelle notti di ricordi agitati ed inquieti.
I sogni...
Portali verso universi paralleli, in cui un'altro sentiero si è deciso di imboccare.
Come sarebbe andata la mia vita se avessi fatto questa o quella scelta in questa o quella situazione?
Solo congetture, non è vero?
Le mie lo sono di certo. Io non sono te. Le tue sono certezze, però.
E allora mostrami gli altri mondo, fratello mio.
Offrimi il sapere, mia maledizione.
Mostrami l'infinito delle possibilità che la vita avrebbe potuto offrire, se avessi agito diversamente.
Offrimi un sogno, fratello mio.
Offrimi l'eternintà del multiverso.
Forse mi donerai ciò che chiedo, forse risponderai al mio richiamo.
Credo sia lecito sperare, almeno.
In fin dei conti, una volta nella vita, l'impensabile capita a tutti.
domenica 1 giugno 2014
Stardust...
A volte, mi sento solo e volgo lo sguardo al cielo, cercando le stelle.
Quelle stelle così rassicuranti, perché sono lì, apparentemente immobili, apparentemente eterne.
Altre volte, guardo il mio piccolo cielo rosso e vedo una piccola stella che vola. Una piccola stella cadente.
Dietro a sé, ha la coda, come una cometa.
Allora io guardo quella coda con attenzione e scopro che una parte di te è rimasta lì e mi tiene compagnia, come se tu fossi un po' più vicina a me.
Ogni stella è un tuo nuovo pensiero.
Un "Nostro" pensiero.
E' polvere di stelle, che ci fa volare nel cielo, fino all'isola che non c'è, dove il tempo non esiste e non scorre.
Dove il tempo si è fermato.
Quelle stelle così rassicuranti, perché sono lì, apparentemente immobili, apparentemente eterne.
Altre volte, guardo il mio piccolo cielo rosso e vedo una piccola stella che vola. Una piccola stella cadente.
Dietro a sé, ha la coda, come una cometa.
Allora io guardo quella coda con attenzione e scopro che una parte di te è rimasta lì e mi tiene compagnia, come se tu fossi un po' più vicina a me.
Ogni stella è un tuo nuovo pensiero.
Un "Nostro" pensiero.
E' polvere di stelle, che ci fa volare nel cielo, fino all'isola che non c'è, dove il tempo non esiste e non scorre.
Dove il tempo si è fermato.
lunedì 26 maggio 2014
Non ho un titolo...
E così, siamo svegli.
Sono le 2.27 è lunedì. Giorno libero.
Potrei dormire, così da svegliarmi presto al mattino e fare le millemila cose che vorrei aver in programma.
"Vorrei aver in programma" suona come un controsenso, come una cosa insensata ma la verità è che ho il fantasma delle mille cose da fare che mi aleggia nella mente, senza prendere una forma concreta.
Sento il cuore che batte un po' più forte... i polmoni che non si riempiono del tutto... i pensieri che si fanno incerti, come un granchio su uno scoglio durante la mareggiata.
Uno splendido momento per sentire le prime avvisaglie di un attacco d'ansia. Come se ne sentissi la mancanza.
Sento l'impulso di chiudermi a riccio, come se questo potesse proteggermi da me stesso.
Il vuoto che sento attorno a me e che io stesso creo.
Un gabbiano, in lontananza, grida nella notte, per segnalare il proprio territorio.
Il petto scoppia, come se uno strano fuoco privo di calore vi ardesse al suo interno e sento il gelo che mi stringe nel solo abbraccio che questa notte mi concede.
L'esistenza stessa del mondo sembra un'inutile faccenda imprevista.
ctrl+alt+canc
Ci sono troppi programmi aperti: la mente non riesce a tenerli tutti aperti. Troppe cartelle inutilizzate. Troppi file in download.
La testa si fa pesante e vorrei seppellirla nell'alcool, per poi dar fuoco ai vapori che esso emana.
Le parole si accavallano, i pensieri si fondono e confondono gli uni con gli altri. Stupido cervello umano, così limitato, così obsoleto. Saresti una macchina perfetta, nelle mani di un'utenza superiore.
Forse stiamo impazzendo, forse stiamo semplicemente invecchiando.
In entrambi i casi, siamo stanchi...stanchi da volersi sedere in poltrona, con lo sguardo fisso nella precisione del vuoto e risvegliarsi nel nuovo millennio, quando tutto sarà polvere...
Sono le 2.27 è lunedì. Giorno libero.
Potrei dormire, così da svegliarmi presto al mattino e fare le millemila cose che vorrei aver in programma.
"Vorrei aver in programma" suona come un controsenso, come una cosa insensata ma la verità è che ho il fantasma delle mille cose da fare che mi aleggia nella mente, senza prendere una forma concreta.
Sento il cuore che batte un po' più forte... i polmoni che non si riempiono del tutto... i pensieri che si fanno incerti, come un granchio su uno scoglio durante la mareggiata.
Uno splendido momento per sentire le prime avvisaglie di un attacco d'ansia. Come se ne sentissi la mancanza.
Sento l'impulso di chiudermi a riccio, come se questo potesse proteggermi da me stesso.
Il vuoto che sento attorno a me e che io stesso creo.
Un gabbiano, in lontananza, grida nella notte, per segnalare il proprio territorio.
Il petto scoppia, come se uno strano fuoco privo di calore vi ardesse al suo interno e sento il gelo che mi stringe nel solo abbraccio che questa notte mi concede.
L'esistenza stessa del mondo sembra un'inutile faccenda imprevista.
ctrl+alt+canc
Ci sono troppi programmi aperti: la mente non riesce a tenerli tutti aperti. Troppe cartelle inutilizzate. Troppi file in download.
La testa si fa pesante e vorrei seppellirla nell'alcool, per poi dar fuoco ai vapori che esso emana.
Le parole si accavallano, i pensieri si fondono e confondono gli uni con gli altri. Stupido cervello umano, così limitato, così obsoleto. Saresti una macchina perfetta, nelle mani di un'utenza superiore.
Forse stiamo impazzendo, forse stiamo semplicemente invecchiando.
In entrambi i casi, siamo stanchi...stanchi da volersi sedere in poltrona, con lo sguardo fisso nella precisione del vuoto e risvegliarsi nel nuovo millennio, quando tutto sarà polvere...
giovedì 15 maggio 2014
Tanti pensieri...un solo canale per lasciarli uscire.
Una volta, mi hanno descritto un libro.
Non ricordo il titolo, né l'autrice (mi pare di ricordare fosse una donna) ma ricordo che era un libro che trattava argomenti di psicologia, scritto da una persona affetta da una qualche forma di autismo. Non l'ho mai letto ma dalla descrizione che mi era stata fatta, la narrazione era difficile da seguire, in quanto l'autrice seguiva il filo logico dei propri pensieri, ben differente dal filo che può unire i pensieri delle persone comuni.
Come funziona il pensiero nelle persone comuni?
Generalmente in modo lineare. Pensano ad una cosa, poi ad un'altra collegata, poi collegano ad altro ancora e così via: una logica sequenza di pensieri, facilmente esponibili su di una linea.
In cosa differiva questo libro?
Le frasi, prima di venir seguite da altre frasi, si espandevano in sottofrasi riguardanti i contenuti interni alla frase stessa.
Chiaro? A me no: detto così non sembra affatto chiaro.
Proviamo a rappresentare il filo logico dei pensieri descritti nel libro.
C'è una linea retta? sì, c'è, ma è come se ad ogni segmento di questa retta ci fosse un universo di digressioni. Come se la linea dei pensieri fosse un diagramma ad albero in cui ogni ramo si biforca e risulta pressoché impossibile riuscire a seguire il filone principale, sempre che ce ne sia uno (potrebbero essere più d'uno o potrebbero esserlo tutti).
Cosa significa questo?
Esattamente ciò che ho scritto nel titolo: un universo di pensieri che riescono ad uscire soltanto uno per volta e la mente ne viene travolta, incapace di arrestare il flusso del ragionamento, che esce come un fiume in piena che spinge per uscire da un singolo canale di sfogo.
A volte, mi sento così e mi torna in mente quel libro.
Mi sembra di aver tante cose da fare, pensare, dire e se anche nella mia testa scorrono tutte immediate come un lampo che attraversi un corpo umano durante l'elettroshock, il mio cervello cerca caparbiamente di tener ordinato questo stormo di colibrì impazziti ed incapaci di star fermi. La parte razionale in me cerca ossessivamente di catalogare, ordinare, visualizzare ogni singolo pensiero, uno alla volta, sebbene la parte istintiva li abbia già assimilati a mano a mano che uscivano dalle uova.
Posso forse definirla una forma di autismo controllato?
Razionalmente, penso di sì.
Mi piace pensare che la schizofrenia mi permetta di avere una personalità persa nel mare di pensieri che la travolge come un continuo tzunami, mentre un'altra personalità più forte e razionale, tenga a bada questa folla inferocita con un fordone impenetrabile, lasciando passare un pensiero alla volta, impedendomi di impazzire.
La follia come rimedio alla follia stessa.
Forse questa stessa è follia, ma non posso fare a meno di restarne ammirato.
Ho letto Alice nel Paese delle Meraviglie, ieri. Non l'avevo mai letto.
Cosa vi ho trovato?
Follia, certo. Eppure una follia non troppo differente da quella che a volte sembra albergare nella mia mente, poiché le frasi presenti (pronunciate da quelli che, secondo Alice, sono i matti) trovano riscontri impeccabili nella mia logica, data la situazione.
Ci sono momenti, nella vita, in cui non riesco a capire se io sia davvero matto o se sia semplicemente terrorizzato all'idea di essere normale.
Non ricordo il titolo, né l'autrice (mi pare di ricordare fosse una donna) ma ricordo che era un libro che trattava argomenti di psicologia, scritto da una persona affetta da una qualche forma di autismo. Non l'ho mai letto ma dalla descrizione che mi era stata fatta, la narrazione era difficile da seguire, in quanto l'autrice seguiva il filo logico dei propri pensieri, ben differente dal filo che può unire i pensieri delle persone comuni.
Come funziona il pensiero nelle persone comuni?
Generalmente in modo lineare. Pensano ad una cosa, poi ad un'altra collegata, poi collegano ad altro ancora e così via: una logica sequenza di pensieri, facilmente esponibili su di una linea.
In cosa differiva questo libro?
Le frasi, prima di venir seguite da altre frasi, si espandevano in sottofrasi riguardanti i contenuti interni alla frase stessa.
Chiaro? A me no: detto così non sembra affatto chiaro.
Proviamo a rappresentare il filo logico dei pensieri descritti nel libro.
C'è una linea retta? sì, c'è, ma è come se ad ogni segmento di questa retta ci fosse un universo di digressioni. Come se la linea dei pensieri fosse un diagramma ad albero in cui ogni ramo si biforca e risulta pressoché impossibile riuscire a seguire il filone principale, sempre che ce ne sia uno (potrebbero essere più d'uno o potrebbero esserlo tutti).
Cosa significa questo?
Esattamente ciò che ho scritto nel titolo: un universo di pensieri che riescono ad uscire soltanto uno per volta e la mente ne viene travolta, incapace di arrestare il flusso del ragionamento, che esce come un fiume in piena che spinge per uscire da un singolo canale di sfogo.
A volte, mi sento così e mi torna in mente quel libro.
Mi sembra di aver tante cose da fare, pensare, dire e se anche nella mia testa scorrono tutte immediate come un lampo che attraversi un corpo umano durante l'elettroshock, il mio cervello cerca caparbiamente di tener ordinato questo stormo di colibrì impazziti ed incapaci di star fermi. La parte razionale in me cerca ossessivamente di catalogare, ordinare, visualizzare ogni singolo pensiero, uno alla volta, sebbene la parte istintiva li abbia già assimilati a mano a mano che uscivano dalle uova.
Posso forse definirla una forma di autismo controllato?
Razionalmente, penso di sì.
Mi piace pensare che la schizofrenia mi permetta di avere una personalità persa nel mare di pensieri che la travolge come un continuo tzunami, mentre un'altra personalità più forte e razionale, tenga a bada questa folla inferocita con un fordone impenetrabile, lasciando passare un pensiero alla volta, impedendomi di impazzire.
La follia come rimedio alla follia stessa.
Forse questa stessa è follia, ma non posso fare a meno di restarne ammirato.
Ho letto Alice nel Paese delle Meraviglie, ieri. Non l'avevo mai letto.
Cosa vi ho trovato?
Follia, certo. Eppure una follia non troppo differente da quella che a volte sembra albergare nella mia mente, poiché le frasi presenti (pronunciate da quelli che, secondo Alice, sono i matti) trovano riscontri impeccabili nella mia logica, data la situazione.
Ci sono momenti, nella vita, in cui non riesco a capire se io sia davvero matto o se sia semplicemente terrorizzato all'idea di essere normale.
martedì 29 aprile 2014
Dormire, morire, forse sognare.
Le
labbra così secce e screpolate da graffiarmi il corpo... Il fetore
incontrollato di chi è prossimo alla morte o ne porta dentro di sé una
parte...
In città si era scatenata la peste, dopo al terremoto e tutti vivevano,
finché potevano, di stenti e fatiche. Io che facevo? Consegne a
domicilio, suppongo. Avevo un gelato da portare ad un cliente. Lavoro
semplice. Il cliente si è rivelata essere una cliente fra i 5ò ed i 60
anni, non bella come doveva esser stata qualche anno prima ma manteneva
un certo fascino. Abbiamo provato a parlare un po', mescolando
l'italiano ad un po' d'inglese, mentre lei mescolava l'inglese con una
lingua a me incomprensibile. Di cosa avessimo parlato non saprei dirlo,
onestamente ma risultava ovvio che io attraevo lei così come lei
attraeva me. Mi congedai, nonappena il marito fece la sua comparsa sulla
sdraio accanto alla sua. Non so bene dove andai ma ad un certo punto
fui spinto a ritornare. Il marito non c'era più. Lei sì: mi aspettava,
ma il suo corpo non
sembrava più quello di una sessantenne ben tenuta. Numerose piaghe
affliggevano quella donna, che tanto doveva aver sofferto. Avrei voluto
donarle conforto, affetto e ci provai, lo giuro che ci provai ma più mi
avvicinavo e più quel corpo faceva crescere una sensazione di disgusto.
Il braccio sinistro non c'era più, avrei giurato ci fosse la prima volta
che l'avevo vista. Quanto tempo poteva esser passato? Mesi? Anni? Tutto
il tempo di un sogno... La pelle era secca e mi graffiava il suo
contatto. Emanava un'aura di morte, come se la nera signora non fosse
stata troppo lontana. Come ho detto, giuro che provai a ricambiare
l'affetto che mi offriva ma non ci riuscii. Le chiesi scusa. Lei mostrò
di comprendere e si voltò. A quel punto me ne andai, lasciandola sola,
rimanendo io stesso solo con la mia vergogna.
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