giovedì 15 maggio 2014

Tanti pensieri...un solo canale per lasciarli uscire.

Una volta, mi hanno descritto un libro.
Non ricordo il titolo, né l'autrice (mi pare di ricordare fosse una donna) ma ricordo che era un libro che trattava argomenti di psicologia, scritto da una persona affetta da una qualche forma di autismo. Non l'ho mai letto ma dalla descrizione che mi era stata fatta, la narrazione era difficile da seguire, in quanto l'autrice seguiva il filo logico dei propri pensieri, ben differente dal filo che può unire i pensieri delle persone comuni.

Come funziona il pensiero nelle persone comuni?
Generalmente in modo lineare. Pensano ad una cosa, poi ad un'altra collegata, poi collegano ad altro ancora e così via: una logica sequenza di pensieri, facilmente esponibili su di una linea.

In cosa differiva questo libro?
Le frasi, prima di venir seguite da altre frasi, si espandevano in sottofrasi riguardanti i contenuti interni alla frase stessa.
Chiaro? A me no: detto così non sembra affatto chiaro.
Proviamo a rappresentare il filo logico dei pensieri descritti nel libro.

C'è una linea retta? sì, c'è, ma è come se ad ogni segmento di questa retta ci fosse un universo di digressioni. Come se la linea dei pensieri fosse un diagramma ad albero in cui ogni ramo si biforca e risulta pressoché impossibile riuscire a seguire il filone principale, sempre che ce ne sia uno (potrebbero essere più d'uno o potrebbero esserlo tutti).

Cosa significa questo?
Esattamente ciò che ho scritto nel titolo: un universo di pensieri che riescono ad uscire soltanto uno per volta e la mente ne viene travolta, incapace di arrestare il flusso del ragionamento, che esce come un fiume in piena che spinge per uscire da un singolo canale di sfogo.

A volte, mi sento così e mi torna in mente quel libro.
Mi sembra di aver tante cose da fare, pensare, dire e se anche nella mia testa scorrono tutte immediate come un lampo che attraversi un corpo umano durante l'elettroshock, il mio cervello cerca caparbiamente di tener ordinato questo stormo di colibrì impazziti ed incapaci di star fermi. La parte razionale in me cerca ossessivamente di catalogare, ordinare, visualizzare ogni singolo pensiero, uno alla volta, sebbene la parte istintiva li abbia già assimilati a mano a mano che uscivano dalle uova.

Posso forse definirla una forma di autismo controllato?
Razionalmente, penso di sì.

Mi piace pensare che la schizofrenia mi permetta di avere una personalità persa nel mare di pensieri che la travolge come un continuo tzunami, mentre un'altra personalità più forte e razionale, tenga a bada questa folla inferocita con un fordone impenetrabile, lasciando passare un pensiero alla volta, impedendomi di impazzire.

La follia come rimedio alla follia stessa.
Forse questa stessa è follia, ma non posso fare a meno di restarne ammirato.

Ho letto Alice nel Paese delle Meraviglie, ieri. Non l'avevo mai letto.
Cosa vi ho trovato?
Follia, certo. Eppure una follia non troppo differente da quella che a volte sembra albergare nella mia mente, poiché le frasi presenti (pronunciate da quelli che, secondo Alice, sono i matti) trovano riscontri impeccabili nella mia logica, data la situazione.

Ci sono momenti, nella vita, in cui non riesco a capire se io sia davvero matto o se sia semplicemente terrorizzato all'idea di essere normale.

martedì 29 aprile 2014

Dormire, morire, forse sognare.

Le labbra così secce e screpolate da graffiarmi il corpo... Il fetore incontrollato di chi è prossimo alla morte o ne porta dentro di sé una parte... In città si era scatenata la peste, dopo al terremoto e tutti vivevano, finché potevano, di stenti e fatiche. Io che facevo? Consegne a domicilio, suppongo. Avevo un gelato da portare ad un cliente. Lavoro semplice. Il cliente si è rivelata essere una cliente fra i 5ò ed i 60 anni, non bella come doveva esser stata qualche anno prima ma manteneva un certo fascino. Abbiamo provato a parlare un po', mescolando l'italiano ad un po' d'inglese, mentre lei mescolava l'inglese con una lingua a me incomprensibile. Di cosa avessimo parlato non saprei dirlo, onestamente ma risultava ovvio che io attraevo lei così come lei attraeva me. Mi congedai, nonappena il marito fece la sua comparsa sulla sdraio accanto alla sua. Non so bene dove andai ma ad un certo punto fui spinto a ritornare. Il marito non c'era più. Lei sì: mi aspettava, ma il suo corpo non sembrava più quello di una sessantenne ben tenuta. Numerose piaghe affliggevano quella donna, che tanto doveva aver sofferto. Avrei voluto donarle conforto, affetto e ci provai, lo giuro che ci provai ma più mi avvicinavo e più quel corpo faceva crescere una sensazione di disgusto. Il braccio sinistro non c'era più, avrei giurato ci fosse la prima volta che l'avevo vista. Quanto tempo poteva esser passato? Mesi? Anni? Tutto il tempo di un sogno... La pelle era secca e mi graffiava il suo contatto. Emanava un'aura di morte, come se la nera signora non fosse stata troppo lontana. Come ho detto, giuro che provai a ricambiare l'affetto che mi offriva ma non ci riuscii. Le chiesi scusa. Lei mostrò di comprendere e si voltò. A quel punto me ne andai, lasciandola sola, rimanendo io stesso solo con la mia vergogna.

venerdì 25 aprile 2014

This isn't even my final form -cit.-

Capita a volte, mentre si lavora, mentre si viaggia, mentre si cucina, mentre si vive, di considerare se stessi, attraverso le forme precedenti, abbandonate in favore della sucessiva, fino a giungere a quella attuale.
Quali domande ci si potrebbe mai porre?
Beh, senza dubbio, la più sensata è "Sono migliore di com'ero in principio?"
Se pure questa sia la domanda più ovvia e scontata, raramente è la più semplice a cui rispondere, ammesso che si abbia raggiunto un'autocoscienza tale da capire che la propria opinione può venir influenzata dall'emotività eche risulti, quindi, non attendibile al 100%.
La mia mente ripercorre rapidamente le tappe, per valutare crescite e regressioni.
Da bambino (già allora con la convinzione che il mio cervello potesse frmulare due differenti opinioni sulle domande più semplici) son diventato adolescente/ragazzo, con l'arrivo di colei che chiamerò "Mary T", in onore della Maria Teresa, ad entrambi molto cara.
A quel tempo ho imparato molte cose sui rapporti interpersonali (se non tutto) e sui rapporti con me stesso.
Seguì un periodo di riposo e silenzio, in cui ho scoperto la mia vera natura da Kiwi da Compagnia e parallelamente, Kiwi da Palcoscenico (per poi divenire anche quella che "Brenda" avrebbe chiamato "La mia puttana", ma questo accade successivamente). E' mentre scopro questa parte di me, che incontro la Straniera, che riuscirà per brewve tempo a rapire il mio cuore, per poi lasciarlo andare e vederlo volare via, con mio sommo rammarico e non senza rimorso.
In tutto questo, mio fratello dormiva, ridacchiava, sognava, consigliava e si gloriava della perfezione delle proprie previsioni.
Solo dopo è arrivata Brenda. La ragazza giusta al momento sbagliato.
Con lei ho conosciuto davvero la mia essenza da kiwi, appena abbozzata, fino a quel momento ancora priva di uno sbocco reale che la esaltasse.
Un kiwi come quello non si è più visto, successivamente. Rimase soltanto la pallida ombra di ciò che ricordo essere quella luce allegra, sempre pronta a risplendere.
Questa è regressione, non trovi?
Senza dubbio.
Quella regressione ci ha portato a non riuscire più a metterci in gioco come una volta. Certo, continuiamo a metterci in gioco, ma in modo completamente differente. Ci mettiamo in gioco con una razio pronta a bloccarci, qualora volessimo fare qualcosa di troppo oltre.
Perché questa regressione? Probabilmente per l?Omonima, che dimostrava spesso vergogna per le nostre abitudini. Non saremmo mai voluti cambiare, solo per andare incontro ai gusti di un'altra, eppure, almeno in minima parte, lo abbiamo fatto.
Poi?
Poi ce ne siamo andati ed abbiamo scoperto essere il fratello con cui pensavamo di parlare. Abbiamo scoperto di essere meno solari di una luna nuova, di essere un ingranaggio fermo, senza nessun altro ingranaggio che sia intento a girare con noi.
La vita ci è stata atolta, fino agli ultimi mesi, fino a novembre, in cui sono stato nominato "Postino", come Mercurio, uno fra i miei favoriti, fra le divinità.
Negli ultimi mesi, ho riscoperto la gioia di esistere, la gioia di essere al mondo e di trasmettere gioia a chi ci circonda.
Siamo tornati a crescere, in una certa qual forma, sebbene mantenendo quella pietra scura che si era formata nel nostro animo e che lo aveva corrotto (e continuava a corromperlo).

Ora siamo qui.
Sereni? Mediamente.
Soddisfatti? Sì, abbastanza.
Ottimisti? No, per niente, ma non importa.

Siamo dei cinici realisti, analizzatori di un mondo che non fa nessuno sforzo per fingere di essere riservato.
Siamo Kiwi, sempre pronti a metterci in gioco, all'occorrenza.
Siamo nostro fratello ed il fratello di nostro fratello, al tempo stesso, come ad indicare la duplicità del nostro animo, a volte allegro e sempice, altre cinico ed insensibile.

Siamo noi, siamo così.
Chi ci conosce sa che siamo così. Chi ci conosce poco imparerà a capire che siamo fatti così. Chi non ci conosce, probabilmente non ci conosce perché li ho tenuti fuori dalla mia vita.

E con la mia Regina che dorme (o finge di dormire) al piano di sopra ed il Signore Morfeo che mi invinta a raggiungerla, c'è solo una frase che mi perseguita, nella sua particolarià:

"...e questa non è nemmeno la mia forma finale."

Come il fiume di Eraclito, in continuo mutamento, anche io stesso continuo a cambiare e modificarmi, a volte in meglio, altre in peggio, certo, ma ogni cambiamento è improvviso, inatteso ed imprevedibile.

Un po' mi spaventa, un po' mi affascina...Per lo più mi porta a stendermi, con la consapevolezza di non poter prevedere ciò che saremo in futuro, a differenza della facilità con la quale prevediamo quello degli altri.

martedì 8 aprile 2014

Occhi...

Ricordi, fratello?
Eri così invidioso dei miei occhi, così triste perché io vedeo il mondo sotto una luce differente, che lo illumina per quello che è in realtà.
Ma parliamo di tanti anni fa, non è vero? Parliamo di quando siamo stati giovani insieme. Separatamente insieme. Così vicini e così lontani. La sola cosa che ci distingueva erano gli occhi.
I miei così chiari e così aperti a tutto ciò che il mondo aveva da offrire (non molto, a dire il vero) mentre i tuoi erano così scuri e profondi, da potervi precipitare.

Ed ora hai i miei occhi, fratello, vedi il mondo che non capivi. Vedi ciò che è vero e vedi ciò che è falso. I nostri occhi vedono cose che gli altri non capiscono. Lo sai, lo abbiamo dimostrato numerose volte, non è così?
E allora dimmi, fratello mio, come ci si sente ad avere il mondo riflesso negli occhi? Come ci si sente a comprendere un mondo che sembra cieco, di fronte all'evidenza dei fatti?

Occhio per occhio, vita alla vita.

I tuoi occhi, fratellino mio, sono sempre stati un mistero per me. Non sapevo come tu vedessi il mondo, come tu comprendessi il suo andare, come tu potessi prevedere come alcuni eventi si sarebbero svolti.
Ora so che non era magia, non era preveggenza.
Era pura osservazione. Semplice logica e capacità di cogliere quei piccoli segnali che il mondo offre e che pochi afferrano. Tu vedevi le emozioni he trasparivano dalle persone e grazie ad esse, ne capivi le azioni, ne interpretavi i pensieri, ne manipolav le emozioni. Io non sono te, lo sai. Io non voglio manipolare le persone. Lascio che esse manipolino loro stesse e le osservo. Mi è sempre piaciuto osservare. E' un po' come guardare la televisione ed è vero: "È buffo come i colori del vero mondo diventano veramente veri soltanto quando uno li vede sullo schermo."
Solo attraverso i tuoi occhi il modno sembra davvero reale. Visto con occhi comuni, sembra soltanto una pantomima priva di significati, senza capo né coda.
Amo i tuoi occhi, i nostri occhi, perché grazie ad essi, vedo ciò che il mondo ha da dire e non riesce ad esprimere a parole. Vedo le emozioni (belle e brutte) nelle persone e scelgo se gioirne o dolermene, in base alle persone, in base ai momenti. 
Che sia un dono o una maledizione, non so deciderlo davvero. Forse entrambe le cose, forse nessuna delle due. E' soltanto ciò che è: la mia finestra sul mondo, da cui osservo ciò vi passa davanti, lasciando per lo più che ognuno viva la propria vita.

E così dovrai continuare a fare, fratello mio. Così come ho fatto io, ricorda sempre cos'è successo la sola volta che, con questi occhi, ho influenzato direttamente una persona.

Lo ricordo bene, fratellino. La tua stessa presenza mi concede il privilegio di ricordarlo distintamente.

Gli errori sono fatti per non venir ripetuti.

Ci sono così tanti errori da compiere nel mondo, ne farò altri.

"Si sbaglia sai, quasi continuamente, sperando di non farsi mai troppo male, ma quante volte si cade..."

"Cadi 7 volte, rialzati 8."

lunedì 31 marzo 2014

Casa, casa, casa...era a casa che volevo andare...

Forse è solo una mia impressione ma sembra stia passando sempre più tempo fra un mio post e l'altro.
Potrei trovare decine di differenti motivazioni e/o spiegazioni per giustificare quensta mia scostanza ma sarebbero soltanto delle "menzogne verosimili" e nulla più.
La verità?
Ho tanto da scrivere, centinaia di pensieri che mi vorticano della mente ogni giorno, dalle prime luci del mattino e mi riprometto sempre di trascriverle la sera.
Alla sera, però, arrivo sempre stanco alla mia dimora. Stanco fisicamente e nello spirito, per le giornate che scorrono troppo in fretta e mai abbastanza rapidamente al tempo stesso.
Arrivo a casa e cerco solo di svuotare la mente, annullandola o trasferendola fra le pagine di qualche mondo lontano e fantastico.

Oggi perché sono qui? Chissà... Forse perché la giornata è stata clemente. Forse perché sono proiettato nel clima vacanziero della settimana che mi accoglie. Forse perché se non lo facessi, continuerei a pensarci per tutta la settimana, che dovrò dedicare al relax.

La valigia è pronta, credo. Ho sempre paura che manchi qualcosa. Il passaporto l'ho preso, di questo sono sicuro.
Le mura della mia casa non sembrano particolarmente in ansia per la mia partenza. Sanno che tornerò. Torno sempre da loro, non hanno dubbi in merito ed io nemmeno ne nutro.

Passo queste ultime ore, prima della partenza, dedicandomi a rendere un luogo migliore la mia casa, così da trovarla ordinata quando dovessi farvi ritorno.

"Nessun posto è bello come casa mia."

-cit.-

Sembra ci sia così tanto ancora da fare e così poco tempo per fare ogni cosa...ed allo stesso tempo sembra che i secondi si siano fermati, rifiutandosi di scorrere. Casa mia è un luogo strano, dove Chronos ha deciso che i paradossi sono possibili ed obbligatori. Non posso che ringraziarlo per questo, ovviamente.

"Spalanca i cancelli del tempo"

-cit.-

" Ho sovvertito l'ordine del tempo...ho messo sottosopra il mondo intero e tutto questo l'ho fatto per te"

-cit.-

C'è ancora così tanto da fare. 
Avrei così tanto da dire.

Ma non è questo il momento. Ora è tempo di fare ciò che la situazione richiede e proseguire nella nostra opera di restauro domestico.

Ho letto per caso una frase di Alfredo Accatino. Sarà appropriata, per quando tornerò qui...

"Ogni casa ha il suo odore inconfondibile. Qualcosa che ti eccita e ti spaventa. Come quando torni a casa dalle vacanze e rimani sul ballatoio, con la porta aperta e le valigie a terra. Indeciso se profanare quella strana penombra."


Buona settimana a tutti. Il mio treno aspetta.

martedì 18 marzo 2014

Proviamo a mettere ordine...

Questo sarà un post bizzarro.
Cercherò di rendere ordinata la narrazione di un sogno e non so se avrò successo...

[SOGNO MODE: ON]

Per qualche arcana ragione, le avevo mandato un invito ad uscire. Me lo chiedo e la sola risposta che nasca alla mia mente è "per carnevale". Non molto sensato, come del resto è ancora meno sensato che lei abbia accettato tale invito.
La sto aspettando in piazza. Il tempo è uggioso, potrei quasi dire che ci sia nebbia, sebbene sia rara dalle mie parti.
Eccola.
Si blocca appena mi vede. Non è in maschera. Nemmeno io, in effetti.
Un attimo di perplessità, di imbarazzo. Sarebbe strano il contrario. Mi saluta, la saluto.
Poche chiacchiere su dove andare. Non decidiamo ed iniziamo a camminare, parlando del più e del meno.
Conduce lei la conversazione e mi parla dei suoi studi, delle sue difficoltà a capire le cose pratiche, sebbene la teoria le riesca perfettamente (o era il contrario, non ricordo). Devia tutte le mie domande volte a capire come stia. Le basta un mezzo sorriso che dice "non sono domande da farsi" e poi riprende a parlare di tutt'altro.
Saliamo di quota, verso l'ospedale.
Io sono molto disorientato e sbaglio strada mentre lei prosegue. Provo a scavalcare una ringhiera ma senza successo. Faccio il giro e la raggiungo.
Durante tutto il sogno, sono disorientato, confuso e continuo a dimenticare cose in giro.
Arriviamo ad una casa. La casa di una signora che non c'è quasi mai. Non so perché io abbia le chiavi, ma apro la porta senza difficoltà.
Continuo a pensare che non dovrei essere in quella casa perché la padrona potrebbe rientrare da un momento all'altro. Mentre chiacchieriamo continuo a cercare il maglione ed il cappotto che metto, tolgo e perdo da qualche parte in quel piccolo appartamento a due piani.
La mia regina mi scrive. Forse dovrei parlarle di lei. Lo farò più tardi, ora non ascolterebbe, troppo presa com'era dal raccontarmi altre sue cose mangiando patatine trovate qua e là.
Non saprò mai se io sia uscito o meno da quella casa o se io abbia finalmente trovato maglione e cappotto perché mi son svegliato alla fine...sempre con la sensazione che quella casa non era la mia e non ci sarei dovuto stare.

[SOGNO MODE: OFF]

Un sogno strano, che la mia testa confusa dall'emicrania non ha saputo interpretare, se non come una nuova carica da parte dell'inconscio, per ricordarmi che alcune cose non potrò mai perdonarmele, anche se fingerò di dimenticarle.

sabato 15 marzo 2014

Perplessità...

Era un po' che latitavamo da questi spazi male illuminati, sebbene ne avessimo una forte voglia.
Purtroppo il tempo non ci ha permesso diversamente ed anche oggi il tempo che ci stiamo scavando potrebbe venir dedicato ad altre cose, forse più importanti.
Però siamo perplessi, non potrebbe essere diversamente.
Parlo solo io, per semplicità, mentre mio fratello maggiore prepara la cena per entrambi.

Da cosa siamo perplessi?
Ma suvvia, non ci sono certamente sfuggiti i "commenti anonimi" che si sono stampati casualmente sotto alcuni dei nostri manifesti.

Sono commenti elaborati, di una certa importanza, di una certa profondità e si potrebbe dire di una certa "intimità"...

Chi li scrive, certamente crede di conoscerci bene.

Ho scritto "crede"? Oh... Beh, intendevo proprio ciò che ho scritto...

Certo, la frase " hai un dono stupendo come stupenda è la persona che sei" poteva essere sarcastica, dal momento che è un dono ed una maledizione al tempo stesso, così com'è una maledizione essere noi, il più delle volte. Solo chi non ci conosca davvero può asserirre che noi siamo una "persona stupenda".
Alla stessa maniera poteva essere sarcastica la frase successiva, poiché chi ci conosce sa quanto dolore portiamo alle persone che ci circondano.

E poi... "la via giusta"... Tu non credi davvero che sia così, sarebbe assurdo crederlo, lo sai.
Certo i nostri sogni so realizzano, sempre. Ma ciò non significa che la via che seguiamo sia quella giusta, anche e soprattutto perché, quando i sogni si realizzano, si smette di sognare e quando si smette di sognare, si comincia a fare incubi.

A volte veder realizzati i propri desideri è il primo passo per verder il proprio mondo crollare su se stesso, come un castello di carte, sospinto dal vento.

Non puoi davvero credere di conoscerci veramente, senza sapere quante scelte passate lui ancora rimpianga. (lui soltanto, io mi occupo di tirarlo su di morale)